giovedì 27 gennaio 2011

Giuseppe "Pino" Brumatti, 1948-2011

La prima volta che vidi Pino Brumatti avevo 12 anni ed ero seduto sugli spalti del Palazzetto dello Sport di Reggio Emilia, durante Cantine Riunite-MARR, nell'ottobre 1983. Avevo appena iniziato a giocare a pallacanestro e ancora non comprendevo pienamente il valore e il "peso" di certi nomi, soprattutto di quelli storici che avevano vinto tutti i trofei disponibili quando ero ancora in fasce.

L'elemento curioso, per me giovanissimo appassionato, era "la veneranda età" di quel giocatore (aveva solo due anni in meno di mio padre, allora 37enne): erano tempi in cui si definiva "vecchio" il proprio insegnante quarantenne... figuriamoci come potevamo aprioristicamente interpretare noi, ragazzini smaliziati, un "anziano" coraggioso e capace (addirittura!) di scorrazzare sudato per il campo in canottiera e calzoncini biancorossi.
Inoltre il fisico non appariva né statuario né slanciato come i giovanissimi e longilinei compagni (erano tempi meno 'scientifici' nel lavoro in palestra), per cui ricordo che la prima impressione, rivelatasi sin da subito tremendamente errata, fu quella di una sorta di anziana mascotte a cui la squadra reggiana era evidentemente affezionata, magari un amico fedele di quel gigantesco allenatore (Dado Lombardi), conosciuto alla bocciofila, al quale il numero 6 spesso ammiccava già durante la ruota di riscaldamento.
Tutto questo sino alla palla a due iniziale, in quel nebbioso pomeriggio reggiano.

Quello che si rivelò Brumatti ai miei occhi, premesse le piccole malignità di ragazzino, fu letteralmente incredibile, soprattutto dal punto di vista emotivo. Tralasciando, infatti, le indubbie doti sportive e tecniche del giocatore, poi rivelatasi effettivamente la "pietra miliare" che tutti conoscevano e temevano, la cosa che mi sconvolse maggiormente fu la tensione e il coinvolgimento che Pino riusciva a trasmettere ai suoi compagni, paradossalmente più da fuori che non da dentro il campo. Come un reale "allenatore-giocatore", Brumatti non solo dava agonisticamente l'anima lungo tutto l'arco della partita con risultati ancora devastanti e apparentemente sgraziati (il suo infallibile arresto e tiro in "non-sospensione" è divenuto proverbiale), ma era capace di trascinare in modo travolgente i compagni e il pubblico dall'angolo della propria panchina, gridando e incitando ad ogni azione con una grinta, a volte apparentemente "cattiva" ma necessaria, esemplare e inarrestabile. Spesso la tensione era talmente alta che non riusciva mai a sedersi e rimaneva per tutto il tempo, copricanotta appoggiata alle spalle, in piedi ad agitare i pugni e a gridare a squarciagola sino ai limiti del campo, come se in fin dei conti lui fosse idealmente e quasi materialmente ancora fra loro.

Percepire e comprendere, per la prima volta, quell'inesauribile passione non affievolita, non temperata dall'esperienza e dalla relativamente ridotta posta in gioco, ma addirittura consolidata dalla maturità fu (ed "è") per me motivo di riflessione e di smisurata ammirazione. Raramente ho visto, successivamente, sui campi la medesima partecipazione e lo stesso entusiasmo da parte di un giocatore (nel caso di Brumatti assieme alla professionalità, alla tecnica e, soprattutto, al profondo rispetto per gli avversari): oggi, addirittura, tali elementi sono praticamente scomparsi nel caos di uno sport seriale e asettico, dove alcuni cosiddetti "campioni" durano lo spazio di una stagione e i ragazzini dodicenni che si avvicinano al proprio sport per la prima volta faticano a trovare aghi di bussola cui riferirsi, figure granitiche e positive - sotto qualsiasi punto di vista - cui rivolgere la propria crescita, sportiva e umana.

Questo è stato e sempre sarà, per me, Pino Brumatti.
La mia indimenticabile e inarrestabile anziana mascotte.


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